UN MOSAICO DI UMANITA’

Leonardo Maralla, oltre che artista, è psichiatra e psicoterapeuta.

L’umanità che rappresenta nelle sue opere è l’umanità che incontra ogni giorno nel suo lavoro e che può descrivere solo in quanto essa risuona in lui con la sua propria individuale humanitas.

 

E’ un’umanità drammatica (ma non tragica) quella che si sforza, senza riuscirci, di uscire quasi fisicamente dalle sue tele. E’ una tensione continua quella che emerge dalle sue folle, dalle crocefissioni, dagli “uomini grigi”, dalle grate, dalle impronte, dalle bocche anelanti, dalle mani spalancate. Dove li spinge la tensione che li anima, dove vogliono andare i personaggi di Maralla? Forse ancora non hanno una meta, non sanno dove vogliono andare, ma di sicuro in quanto umanità palpitante che vuole fuggire, che sta male come e dove è, si sforza, senza sapere come, di uscire dalla sofferenza della sua condizione, costretta suo malgrado.

E’ un’umanità che non avendo che vaga consapevolezza e speranza di altro, di un meglio, si trova, paradosso di una civiltà che progredisce ma non migliora, nella primordiale fase del dolore senza colpa individuale.

E’ un’umanità di individui isolati, una folla frammentata e fratturata, dove la gabbia trasparente che la contiene la separa sì da una condizione ipotetica di libertà, ma soprattutto isola oggi i singoli frammenti incomunicanti: volti, labbra, torsi, mani, bende, sbarre, celle, diaframmi. Gli elementi umani  di questo mosaico drammatico hanno la coloritura a volte sensuale, a volte violenta, a volte implorante, di un conato incompiuto.

Questa realtà di Leonardo Maralla, a differenza di alcune sue gradevoli opere del passato, non ha più nulla di accattivante, ma nonostante questo “prende” straordinariamente perché ha tutta la bellezza di ciò è emotivamente intenso e vero.

Giacomo Magrograssi, Milano, 1996