UN COMMOSSO ISTINTO ESPRESSIVO

Può accadere che, nel gioco delle tendenze che oggi vanno per la maggiore, talvolta la pittura si fermi alla pittura stessa. Che, in altre parole, si viva la responsabilità culturale ed estetica dell’artista solo come elaborazione puramente formale, squisitamente tecnica, totalmente affidata alla mera sensibilità epidermica,  unicamente algusto  del segno e della forma, figurativi o meno che siano. Come per una sorta di erotismo pittorico privo di reali oggetti di piacere, allora ogni sensibilità e passione, ogni entusiasmo ed eccitazione relativi alle consistenze della pittura si fissano soltanto sulla pelle della rappresentazione, e di questa dimensione, tanto superficiale quanto suggestiva e legittima, fanno il loro unico motivo, il loro solo referente poetico. In altre situazioni espressive invece (e chi scrive non nasconderà certo d’essere tra quelli che prediligono questo secondo “modo”) è presente e ben attiva più problematicamente qualcosa che si pone oltre la logica dei puri sensi pittorici, oltre la suggestione e la bellezza di una forma compiuta in sé. Che bada, in altre parole, ad una pienezza dell’espressività che si compie solo nell’intreccio tra sentimento della pittura e sentimento del racconto…

 

Maralla partecipa di tutta evidenza a questo secondo atteggiamento, per il quale, certo, il dipinto evoca sulla base di una sua intrinseca eloquenza, di una sua autonoma suggestione di materie e di immagini, ma cresce e si conforma soprattutto nel solco di un’idea o di un’emozione organizzate attorno ad un preciso impulso narrativo, ad una “storia” da raccontare, sia pur essa minimale od allusiva. Dove, insomma, non c’è soltanto da intendere l’effetto emozionale della tecnica o l’indistinto sentimento pittorico, ma dove prevalente diviene la più difficile, segreta, intima seduzione della metafora.

Difatti, in questi suoi lavori scabri e teneri ad un  tempo, in cui crepita un sentimento della natura e della montagna che allarga il genere del paesaggio dalla registrazione di luoghi amati fino all’evocazione di un intero clima esistenziale di memoria e  di condizione, Maralla è soprattutto un poeta. Le sue immagini, scritte, incise, graffiate, evocate con brani e lacerti di materie le più diverse sulla carta o sulla tavola, obbediscono sempre per lui, tra bitumi e oli, tra materie vegetali, colle, pigmenti e cementite, alle ragioni di uno sguardo lirico ed assorto che s’intinge nel più palpitante e sepolto nucleo delle  memorie, alle radici stesse della coscienza e dell’affettività.

E’ questo il segreto del fascino sottile, inquieto ed inquietante, che circola nelle sue opere. Tra profondità drammatiche o languori d’abbandono struggente, la poesia che dilava la rappresentazione, la prosciuga e l’infittisce, la trasfigura fino all’esasperazione del ricordo e del sogno, più che di racconto di paesaggio è qui, in fondo, poesia dell’esistenza: una poesia, cioè, commossa, emozionata, solcata dalla lenta sedimentazione delle tracce e dei lacerti che la vita deposita nel cuore dell’autore. E dunque è anche (come ogni autentica poesia) portatrice di valori universali, archetipo capace di entrare in risonanza tanto labile sfuggente quanto suggestiva ed efficace con il cuore del riguardante, e capace di comunicare davvero, nel senso alto di mettere in comune, sentimenti e meditazioni che traversano il difficile destino di noi tutti, uomini e donne d’oggi.

Il nostro artista, dunque, è un poeta che si esprime con il linguaggio e la seduzione della pittura. Un poeta che ha fatto della memoria la matrice affettuosa e angosciata delle sue immagini e che, come per un assorto concerto di echi, si abbandona all’impulso germinante del ricordo, al battito lieve di un’intuizione colta sull’orlo della coscienza, come appena intravista tra le palpebre socchiuse dell’anima.

Il tessuto della sua pittura si è in questi anni acutamente conformato alle sostanze di una tale poetica, e si spiegano così quei silenzi strepitosi e insieme urlanti delle composizioni, quegli scabrosi sbalordimenti della figurazione, sospesa tra la chiarezza dei sentimenti e il senso tragico delle scenografie naturali.

Se volessimo fare degli accostamenti, verrebbe da pensare, per certe cose, alle materie pastose e tormentate di un Morlotti più cupo, più pessimisticamente ombroso, o, per altri versi, alla perentorietà lirica di un Chighine o di un Guenzi che avessero mantenuto le loro sottostanti tracce figurative. Ma il gioco delle similitudini e dei parallelismi è sempre, appunto, un gioco, e come tale è fine a se stesso; anche perché Maralla, per la sua personalità determinata e forse anche per le scelte di vita compiute che lo hanno portato ad occuparsi a tempo pieno anche di un’altra professione, in realtà non mostra di aver guardato ad altro oltre a ciò verso cui la sua sensibilità s’era all’inizio istintivamente orientata.

Il suo temperamento si muove appunto,oggi, più che altro sul piano di un suo preciso, urgente istinto espressivo, in autonomia rispetto a possibili “maestri” o anche alle mode culturali prevalenti in pittura, così legate all’effimero, al ludico, all’approssimazione. E’ il lavoro di scavo, come ho già detto, di un vero poeta: lavoro che per la sua stessa natura costitutiva può anche apparirci rischioso e precario nel suo essere quasi la scansione di una sorta di diario interiore ma, al tempo stesso, tanto più prezioso quanto più ambiguo, più dilatato, più complessivo.

Giorgio Seveso, Novembre 2000