L’IMMAGINE E LA METAFORA

Questa lettura delle cose Maralla la conduce, dicevo, su un piano in cui la pittura si carica di forti energie e di irritate tensioni emotive ed in cui crepita un sentimento della natura e della montagna che allarga il genere del paesaggio, tema nel quale l’artista si muove da qualche anno, fino a raggiungere un registro espressivo capace di evocare una condizione di memoria di senso generale, di valore emozionale e poetico universale.

Voglio dire che in queste sue dilatatissime visioni di boschi e cime innevate, di ghiacciai, di rocce d’inverno raggelato, evidentemente, come fosse un lievito segreto, è all’opera una sorta di trasfigurazione, di metaforizzazione, di divaricazione emblematica delle immagini con una bella e spiccata capacità di suggestione.

Se volessimo fare degli accostamenti, verrebbe da pensare, per certe cose, alle materie pastose e tormentate di un Morlotti più cupo, più pessimisticamente ombroso, o, per altri versi, alla perentorietà lirica di un Chighine o di un Guenzi che avessero mantenuto le loro sottostanti tracce figurative. Ma il gioco delle similitudini e dei parallelismi è sempre, appunto, un gioco, e come tale è fine a se stesso. Maralla, per la sua personalità determinata e forse anche per le scelte di vita compiute che lo hanno portato a occuparsi a tempo pieno anche di un’altra professione, in realtà non mostra di aver guardato ad altro esempio che non sia ciò che potrei definire solo un generico clima di matrice naturalistico informale, dotandosi da subito di una sua precisa e ormai risolta autonomia.

Prof. Giorgio Seveso, 2002