IL DOLORE CON L’ABITO DELL’ARTE

Francis Bacon mi ha sempre affascinato, per l’inquietudine che pone nelle sue opere, per quella drammaticità che sa deformare chi si mette davanti ad un suo quadro e ne diviene parte. Non so se Leonardo Maralla si leghi idealmente al grande pittore inglese, non so nemmeno se un tale accostamento regga alla critica artistica. Non sono un esperto d’arte, semplicemente amo le immagini e amo la follia, il dolore, la disperazione. E qui mi sono ritrovato. Nelle ombre misteriose dei volti ho rivisto anche la mia maschera, in quelle mani tese ho sentito un lontano richiamo. Dietro le sbarre ho intravisto una follia che sa antico ma anche di presente.

C’è ormai una follia dentro la normalità, un lamento che copre sempre ogni sorriso, il silenzio che parla di abbandono. Guardando e riguardando le opere di Maralla si ha l’impressione di vedere ombre dappertutto, di trovarsi davanti ad uno specchio che disegna sindoni di umanità, agglomerati di dolore. Feti giganteschi che si muovono inconsapevoli spinti da una forza brutale, forse da un destino d’apocalisse. Ombre che si piangono, effigie che si agitano come la paura che talvolta prende ciascuno di noi e trasforma il mondo in un primitivo villaggio africano, mosso da tamburi che sanno di vita e di morte.

Ricordo il San Giacomo della Tomba, il manicomio della mia città, ordinato in padiglioni pieni d’una morte che si agitava rabbiosa. Spettri d’uomo che avevano un dio differente: il dio della follia, che oggi è uscito nelle strade e siede sui più alti scranni del potere e della vergogna.

Maralla conosce bene follia e manicomio e da psichiatra percepisce anche la propria follia, quella di un sacerdote che vuol guarire ciò che nessuno ha mai capito .Egli sa quanto la follia sia misteriosa anche se ricamata di molecole. E’ la follia che ciascuno di noi rappresenta nei propri sogni, in quel mondo fatto d’incubi che ci rende succubi di demoni e di paura. Uno specchio della paura. In alcune opere si può entrare con tutto il proprio corpo: porte di iniziazione per capire ciò che sempre si dimentica e per vedere i volti di tutto quanto la luce nasconde.

Maralla non dipinge con un programma prefissato. Come Picasso: “Io non cerco, trovo”. E così egli stesso è spettatore dei suoi quadri e credo che talora davanti ai suoi mostri senta il fascino del mistero e la paura di ciò che ha creato. Un pittore senza progetti e senza scopi: condizioni per creare.

Questa mostra oltre ad essere un viaggio dentro Maralla, favorisce un itinerario tra i grandi momenti della storia dell’arte. Così ho rivisto Goya della “Strada del Sordo”, ma anche quel luminoso nero delle grandi opere di Rembrandt. Ho rivisto i grandi espressionisti, quei pittori che tra le due guerre avevano dipinto quella del 1940 che ancora non conoscevano. Appenderei a casa mia un Bacon, un Goya dei mostri dal volto umano, e da oggi anche un Maralla.

Egli pone inconsapevolmente il dolore, la disperazione, il male, la follia tra i temi dell’arte. Si contrappone a quell’idea del bello come espressione di equilibrio, di serenità. Un’arte che descrive l’uomo in crisi, nei suoi momenti distruttivi. Un’arte del dolore che non è certo evasione e leggerezza. Egli è un artista che attinge alle immagini e alle sensazioni della follia, metafora dell’esistenza al limite della possibilità di esistere. Un’arte che scuote, che richiama il volto più oscuro di questo animale che sa amare con raffinatezza ma anche uccidere con il gusto della perversione e del sadismo. E’ a quest’uomo che è dentro ciascuno di noi che la pittura di Maralla rimanda. Ecco perché questa mostra, dopo averla seguita alla galleria Mosaico, ognuno se la porta dentro di sé. Ciascuno appende alla propria storia queste immagini oscure, quest’arte della paura.

Vittorino Andreoli, Verona, 1996